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Eventi | Il convegno di Modena

Sopra: il presidente di Confindustria Modena Pietro Ferrari e il segretario generale della Cgil Susanna Camusso. A destra, l'economista Giuseppe Berta. Sotto, in senso orario: il giornalista de "Il Sole 24 Ore" Paolo Bricco; Giovanni Arletti, vicepresidente di Confindustria Modena, la moglie Francesca e Roberto Lancellotti, titolare della Tellure Rôta; Paola Reggiani Gelmini, direttrice Fondazione Biagi; Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd e Francesco Ori, assessore provinciale al Lavoro; Mauro Bompani, titolare della Fox Bompani, e Massimo Montorsi, amministratore delegato della Terim; Giuseppe Gelati, presidente di Cofim Modena; Pietro Ferrari, Donato Pivanti, segretario provinciale Cgil, e Giorgio Pighi, sindaco di Modena

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La Camusso con Marco Stella, amministratore delegato di Tubi Style; la titolare di Utit Nicoletta Ognibene, Domenico Ronga, responsabile del personale di Zenit, e Michele Malena, titolare di Hesperia Hospital Da sinistra: il prefetto Benedetto Basile, il presidente della Provincia Emilio Sabattini, il comandante provinciale dei carabinieri Salvatore Iannizzotto, il colonnello dell'Accademia militare Marcello Marinelli, l'assessore alle Politiche economiche del Comune di Modena Graziano Pini e il presidente della Camera di Commercio Maurizio Torreggiani; il consigliere regionale del Pd Palma Costi e Pietro Ferrari; Elena Salda, vicepresidente di Cms Paese focalizzato sulla pro duzione di bassa gamma e sulla riduzione dei costi, l'unica soluzione possibile sarà quella di delocalizzare verso luoghi dove il costo del lavoro è inferiore. È necessario invece cambiare la prospettiva, innalzare il livello della competizione, puntare sulla ricerca, sull'innovazione, sulla formazione per competere nel mercato globale con prodotti di eccellenza. Se non lo faremo, il nostro Paese è destinato a soccombere perché non riuscirà mai a reggere la competitività di altre economie, come quella cinese. Da questo deriva la nostra posizione critica rispetto al modello "Torino-De troit": lì non si dice a che livello di innovazione o in quale parte del mondo si vuole competere, ma si spiega solo che i diritti dei lavoratori possono essere sacrificati in nome di una maggiore competitività. Per ora si tratta di tagliare dieci minuti di pausa, ma tra un po' potrebbe essere molto di più. Dobbiamo cambiare prospettiva: il presupposto da cui si parte è sbagliato, bisogna cominciare a ragionare in termini di sistema Paese e smettere di pensare che la compressione delle condizioni dei lavoratori determini e favorisca la competitività. Siamo in Europa, uno dei Paesi con i più bassi livelli di retribuzioni. Di questo passo arriveremo a competere non con la Cina, dove intanto migliorano le condizione dei lavoratori, ma con il Bangladesh». Bricco: «Qual è l'esperienza dei sindacati di altri Paesi in tema di globalizzazione?» Berta: «Esistono vari modelli di globalizzazione utilizzati dai diversi Paesi, modelli che difficilmente possono essere adattati al nostro. Mi riferisco alla Germania e all'accordo siglato alla Volkswagen senza neppure un'ora di sciopero: abbiamo tutti elogiato la forza del sistema industriale tedesco, che si caratterizza per la presenza di un forte sindacato unitario, che ha più del 95 per cento degli iscritti tra i lavoratori e che è parte stessa dell'organizzazione aziendale. O agli Usa, dove il sindacato dell'automobile (United Automobile Workers of America) che trent'anni fa aveva oltre un milione e mezzo di iscritti, pur rappresentando solo le tre grandi case automobilistiche di Detroit (General Motors, Ford e Chrysler), oggi è ridotto a poco più di 300.000 associati costretti a gestire una delicata transazione e ad accettare condizioni pesanti pur di mantenere in vita l'occupazione e aperti gli impianti produttivi. E infine, alla Francia, dove le due grandi confederazioni sindacali, la Cgt (Confédération générale du travail) e la Cfdt, (Confé dé ration française démocratique du travail) oggi non organizzano più di un milione e mezzo di lavoratori: è un Paese dove la presenza sindacale nelle fabbriche si va sempre più riducendo e, in alcuni casi, esiste solo perché garantita dalla legge. In questo contesto internazionale, mi chiedo se, proseguendo sulla strada di questo pluralismo così conflittuale, l'Italia non finirà per correre il rischio di ritrovarsi un sindacato debole, che non riesce più a essere soggetto attivo della scena pubblica e a esprimere un punto di vista unitario sulla politica economica, ma che è invece costretto ad agire sulla difensiva anche in termini di rappresentanza all'interno del sistema industriale. Penso che, riflettendo sul tema della globalizzazione, il rischio che il nostro Paese sta correndo è di rimanere paralizzato lungo un percorso che porterà al sistematico indebolimento nel lungo termine della rappresentanza sindacale. Una soluzione che non auspico né per i sindacati né per il mondo industriale». Bricco: «Gli attuali equilibri interni alla Cgil sono dovuto a cause esterne, come la crisi economica, o vi sono anche ragioni interne? In particolare, quanto pesa oggi sulla Cgil l'identità della Fiom?» Camusso: «In realtà, a mio avviso, il problema è sovrastimato e spesso lo si usa solo per non discutere delle proposte di merito e per non affrontare una questione molto più rilevante, cioè il modello di regole separate scelto nel 2009 da Confindustria e da altri sindacati che ha inevitabilmente comportato serie conseguenze. Oggi siamo di fronte a un sistema di relazioni industriali che si è frantumato e la Fiom si è trovata, prima di altri, a doversi scontrare con un nuovo tipo di contratto. Ritengo che perdersi a parlare del ruolo e del peso della Fiom all'interno della Cgil sia di gran lunga meno rilevante che discutere della rottura di un modello di relazioni esistenti e soprattutto della sistematica e insistente volontà, da parte di altri, che le relazioni sindacali non debbano esistere. Oggi purtroppo stiamo assistendo, nel nostro Paese, al declino delle forme collettive di rappresentanza, un declino che ha assunto livelli via via sempre più preoccupanti: ci troviamo di fronte a un modello, quello "Torino-Detroit", che tende a mettere sempre più in discussione questa funzione; un modello dove le relazioni industriali perdono significato e dove si pensa che sia legittimo fare accordi che escludono alcune organizzazioni sindacali dal contesto aziendale. Le regole della rappresentanza sindacale devono essere dunque riscritte, e su questo punto stiamo cercando il dialogo con gli altri sindacati perché siamo consapevoli che un sindacato diviso è un sindacato inevitabilmente più debole. Questo è il tema fondamentale: ricostruire un modello di regole condivise, perché senza questo tutto diventerà inevitabilmente più complesso, soprattutto in un periodo economico e sociale difficile come quello attuale, caratterizzato da una forte crisi economica e da gravi problemi occupazionali».

Bricco: «La globalizzazione è entrata prepotentemente nel confronto tra impresa e sindacati dopo il "caso Fiat". Quanto vale questo tema nelle vostre scelte?» Camusso: «È un elemento con cui ci siamo misurati e continuiamo a farlo. Penso alla complessa riorganizzazione che il sistema tessile ha dovuto affrontare in questi ul timi anni, dovuta alla necessità di mutare il tipo di produzione, di qualificarla, di specializzarla per renderla più competitiva. Altro caso il distretto ceramico di Sassuolo che ha affrontare problemi analoghi. Però, abbiamo un'idea precisa di globalizzazione: si può stare dentro a un percorso di globalizzazione e si possono portare avanti complicatissimi processi di riorganizzazione del sistema produttivo senza toccare i diritti dei lavoratori né le condizioni in cui questi stanno democraticamente nei luoghi di lavoro. Sono punti fondamentali da cui non si può prescindere. Diverse invece sono le difficoltà che abbiamo nel confrontarci con il tema della delocalizzazione, che non può essere considerato come un automatismo della globalizzazione ma è invece più strettamente connesso al modello di prospettiva e di sviluppo economico che un Paese intende seguire. È evidente che, per un

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ese onti di sette impr diziario nei confr investitori so giu avere applice fatto di i confronti degli enesi per il sempli nostro Paese ne non sottosistema di mod i metalmeccanici noverati il nostro to il contratto de stranieri vanno an ento che in o macchino- ca eggiam , spesso tropp dalla Fiom. Un att relazioni industriali della no- scritto ppresengrave difficoltà ra , e i bizantinismi to contesto di so e inconcludente occorrereb- ques nei confronti diritto l lavoro su cui grave violazione di stra legislazione de e». E se ta una ande semplificazion prese». be un'opera di gr lla crirelazio- delle im rrari, «gli effetti de e sullo stato delle fine», aggiunge Fe sposta l'attenzion dire che la «In ntuato il noo organizza- si «posso ha acce na ha volut omica mondiale ustriali a Modena onfindustria Mode ntata con si econ relazioni ni ind reale alla pondere in tempo omica è stata affro to sul tema delle re un confron o bisogno di ris sante crisi econ i casi azien- str rtante per il pe questo chieggiare r fare «è molto impo da dei mercati. Pe sabilità e per fronte industriali, perché oratori»: respon capo tutti doman come, ad utturali concrete no stati messi in ti tra impresa e lav più difficili so mo riforme str futuro dei rappor presidente dali ili, compre- dia o per le imli disponib meno oneros di Pietro Ferrari, mortizzatori socia esempio, un fisco questo il giudizio iore semire il con- gli am lidarietà». ri dipendenti, magg modenesi, nell'apr contratti di so ese e i lavorato degli industriali i industria- si i ttuazione rarre in eviden- pr mi dal po ativa e l'a ione e relazion non posso esimer azione amministr vegno «Globalizzaz iazione lo «Ma iamo bisono venute a plific rapporti che si so alizzazioni». «Abb uto presso l'assoc a delle liber za le difficoltà di li» che si è ten del sindaca- pid ti iniezioni di portante ri «di for e con una parte im , conclude Ferra scorso marzo. involgen- crear industriali gno» di relazioni presidente degli oluzione che sta co uttiva e di orari e , prosegue il ssibilità, prod «Il processo di ev e il cambiairrigidimento fle linea Ferrari, to» o al forte assecondar ustriali», sotto enesi. «Mi riferisc ustriali capaci di do le relazioni ind n può per- mod hiedono soè andato via ind ciale che l'Italia no problemi nuovi ric con la Fiom, che lle relazioni ento. Perché «è una sfida cru competitivi- ne iungimento di m o al ragg e. In ballo c'è la i nuove». accentuandosi fin mettersi di perder o infatti di- via me il ricor- luzion ese. Non possiam ente conflittuali co posizioni totalm tà del sistema Pa OUTLOOK 43 appeal del i motivi di scarso menticare che fra

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Eventi

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DIECI VOLTE PIÙ FORTI

Il CSM (Consorzio Stabile Modenese) è nato dall'unione di 10 importanti aziende della Provincia di Modena appartenenti al settore edile. Si è così costituito un gruppo forte, qualificato e specializzato, in grado di competere ad alti livelli su un panorama nazionale e internazionale. Il CSM è attivo in tutti i settori delle costruzioni impiegando le più moderne tecnologie con una particolare attenzione al rispetto per l'ambiente. edilizia industriale ed edifici pubblici edilizia civile e restauri edilizia sportiva infrastrutture demolizioni e bonifiche ingegneria del territorio

ersità enditori dell'Univ ditorialità e impr parti sociali. pren rso manifeche attrave dirigenti e delle coni. «Non penso bilità delle classi esto Paeo da quella Boc scioperi generali qu ese ormai esaurit ni come gli Il nostro è un Pa di indirizzo lta vengono stazio tivi cambi nci" che ogni vo ssa avere significa "politica degli annu spiegato ssuna ini- se po ca economica», ha n consegue mai ne propria politi fatti ma a cui no di tutto sen- alla duto neppure n è acca olitica" è prima mista. «Questo no ziativa concreta. "P all'apiderazione l'econo quando il sindacato, ità e la nostra confe anni Settanta so di responsabil e riformare negli e della sua zativa cambiare sua forza organiz sabilmente vuole 'Italia in ce della generale respon di riforme. stagione perché un lottava per le gran na per il segretario proprio Mode esta desolante luenza sociale, un terzo dei inf menti storici è stato il pal- qu certi mo Camusso i dati Istat, sto, credo che, in secondo gli ultim della Cgil Susanna r il futuro Piutto llo sciopero cui, , lo sciopero una prospettiva pe proclamazione de e stiamo vivendo e quello ch vani non ha alc coscenico per la lo protarpate. Noi com estazione a gio re al sindacato che chio e con le ali ggio con manif nerale possa servi un Paese in ginoc generale del 6 ma i stanno cre- ge e interna alla per noi un si- è altri Paes re la coesion o generale ha o fermi mentre gli muove per rafforza Roma. «Lo scioper ciare una ». alta e nobi- siam zione e per rilan ario agire in fretta nell'accezione più ssa organizza endo, è necess gnificato politico , ha precisa- sc e Berta, eco- ste Giusepp cati». la può rivestire» erso avviso invece, verso gli altri sinda le che questa paro niamo che Di div ricerca im- sfida ore del Centro di aggiungendo: «Rite a e dirett to la Camusso, sponsa- nomist ne della presa di re questa sia la stagio

contrattazione sindacale che è uno strumento fondamentale per inserire i lavoratori all'interno dell'organizzazione aziendale. Il sindacato deve però fare lo sforzo di non rimanere ancorato al passato, pensando che ciò che è stato conseguito negli anni '70 sia uno status quo non più modificabile, ma deve confrontarsi con il presente, con una realtà che muta velocemente e con problemi concreti che via via devono essere risolti». Bricco: «Come vede il futuro della Cgil e della Fiom nel rapporto con la Fiat: dentro alla fabbrica o fuori?» Camusso: «Il sindacato deve stare nei luoghi di lavoro, tra i lavoratori. Siamo con sapevoli che non si può rimanere legati al passato, che l'organizzazione del lavoro non può essere statica, perché col tempo cambia il modo di lavorare, nascono nuovi profili professionali e si sviluppano differenti tecnologie. Ma riteniamo anche che il diritto dei lavoratori di eleggere i propri delegati debba restare immutato, perchè non è connesso al cambiamento strutturale dell'organizzazione del lavoro, ma è legato al principio democratico con cui si decide di farlo valere. In base al contratto separato stipulato dalla Fiat e dagli altri sindacati si è deciso che noi non dobbiamo essere più presenti al l'interno della fabbrica: in questo modo si è optato per un modello che a priori esclude la libera scelta dei lavoratori, perché la presenza di un'organizzazione sindacale all'interno di una azienda dovrebbe essere stabilita dai lavoratori che decidono di iscriversi o meno a quel sindacato e non in modo autoritario dall'azienda stessa. Esistono quindi delle regole di principio democratico che non possono venire meno né di fronte alla globalizzazione né di fronte ai cambiamenti dell'innovazione tecnologica. Purtroppo costatiamo che il modello "Torino-Detroit" ha incanalato in uno stesso ambito questi due aspetti, ritenendo l'uno funzionale all'altro. Da qui nasce il nostro profondo dissenso. La nostra sfida, come organizzazione sindacale, sarà di riconquistare la nostra presenza tra i lavoratori in azienda. Non ci rassegneremo mai a quell'idea autoritaria che vuole vedere il sindacato non come un soggetto di libera organizzazione dei lavoratori ma come un'appendice del consenso aziendale. Ritengo invece che il consenso ognuno se lo debba guadagnare attraverso la mediazione di interessi che possono essere diversi, e che questo non si possa ottenere per autorità».

ena ia | Arriva da Mod Cgil La notiz pero nnuncio dello scio l'a

CSM Consorzio Stabile Modenese via Scaglia Est, 15 41100 Modena - Italy tel. +39 059 344355 fax +39 059 2929999

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Bricco: «Dal punto di vista dell'impresa, la prassi di stipulare accordi separati indebolisce o può, invece, aumentare l'efficienza del sistema industriale stesso?» Berta: «Più che di modello "Torino-Detroit" io preferirei parlare di un "percorso in divenire": un tentativo, intrapreso dalla Fiat, di creare un nuova organizzazione del lavoro. In questo caso la globalizzazione c'entra in modo diretto, perché il nuovo modello organizzativo della Fiat verrà applicato progressivamente a tutti gli impianti del gruppo automobilistico e avrà lo scopo di misurare l'efficienza dei singoli stabilimenti. Ci troviamo dunque di fronte a un nuovo schema organizzativo di lavoro per cui non valgono più le regole basate sugli accordi sanciti all'inizio degli anni '70. Naturalmente questa fase di cambiamento sarà lunga, graduale e soggetta a molteplici aggiustamenti. Quindi, il sindacato ha la possibilità di inserirsi in questo complesso processo con tutta l'autorevolezza che ha sempre avuto e, se vorrà misurarsi con questi problemi, avrà un margine di negoziabilità molto elevato, al di là di quello che è scritto specificatamente nell'accordo aziendale, e lo potrà fare proprio attraverso quel processo di

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