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GIURISPRUDENZA E PARERI DEL CONSIGLIO E DEL C.N.F. a cura di Remo Danovi Tenuta degli albi - Requisito della condotta specchiatissima ed illibata. Il requisito della condotta specchiatissima ed illibata è necessario per l'iscrizione all'albo forense. Pertanto, il C.d.O., nell'esplicazione del suo potere di vigilanza e tenuta degli albi, può decidere la cancellazione, avente natura amministrativa, del praticante abilitato che, al momento dell'iscrizione sottacendo di essere stato condannato per detenzione e spaccio di stupefacenti, era stato erroneamente iscritto pur non avendo il requisito della condotta specchiatissima ed illibata. (Consiglio naz. forense, 21 luglio 2003, n. 111) Tenuta degli albi - Iscrizione con riserva. È illegittima l'iscrizione all'albo con riserva, in quanto la riserva, se sciolta in senso negativo dopo l'iscrizione, arrecherebbe danno alle parti assistite dal professionista e turbamento al retto funzionamento della giustizia. (Nella specie il professionista aveva fatto ricorso al T.A.R. contro la valutazione della prova scritta per l'esame di abilitazione, e aveva ottenuto la sospensiva svolgendo con esito positivo le prove orali, mentre era in attesa della decisione del merito da parte del T.A.R.). (Consiglio naz. forense, 30 maggio 2003, n. 130) Tenuta degli albi - Invito a non utilizzare una denominazione per l'individuazione dell'associazione professionale. È inammissibile, in quanto proposto contro una deliberazione del C.d.O. che sfugge alla competenza giurisdizionale del C.N.F. il ricorso avverso l'invito a non utilizzare una certa denominazione per l'individuazione dell'associazione professionale costituita, nonché a comunicare entro trenta giorni la nuova denominazione adottata. Infatti, gli atti impugnabili avanti al C.N.F. sono previsti in modo tassativo e riguardano esclusivamente le decisioni che concludono un procedimento disciplinare. (Nella specie il C.d.O., nell'espletamento dei suoi esclusivi compiti di vigilanza sul decoro dei professionisti e sulle condizioni del loro lavoro, aveva espresso nell'ambito di un ordinario procedimento amministrativo una mera valutazione di carattere interlocutorio sull'ipotesi comportamentale sottoposta al suo esame). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 101) Procedimento disciplinare - Convocazione collegio giudicante. La convocazione del collegio giudicante, effettuata attraverso l'invio di fax e la successiva dichiarazione nel verbale d'udienza «dell'avvenuta regolare convocazione di tutti i componenti a mezzo fax», costituisce prova della regolare convocazione del collegio giudicante, fino a querela di falso, e della regolare costituzione dello stesso, intervenendo, in questa ipotesi, il principio di presunzione di efficacia degli atti amministrativi. Nel procedimento disciplinare davanti al C.d.O. è legittima la citazione a comparire all'udienza dibattimentale firmata dal solo presidente dell'Ordine, e non anche dal consigliere segretario; infatti, come emerge dal disposto normativo, artt. 47, ultimo comma, e 48, n. 6, r.d. n. 37/1934, la citazione dell'incolpato è atto che rientra nelle specifiche competenze del presidente (e non anche del segretario come previsto, ex art. 51 r.d. n. 37/1934, per la decisione conclusiva del procedimento). Nel procedimento disciplinare, per la validità delle delibere del C.d.O., non è necessario l'intervento di tutti i componenti del consiglio essendo sufficiente, per la formazione del quorum costitutivo, ex art. 43, comma 2, r.d. n. 37/1934, la presenza della maggioranza degli stessi. (Consiglio naz. forense, 14 maggio 2003, n. 95) Procedimento disciplinare - Contestazione dell'addebito. La difformità tra fatto contestato e fatto posto a base della sentenza, determinante la nullità della stessa, si ha soltanto quando vi sia stata un'immutazione tale da determinare uno stravolgimento dell'incolpazione originale, mentre non si verifica quando la decisione, pur facendo riferimento a norme deontologiche diverse da quelle richiamate nella contestazione dell'addebito, riguardi gli stessi fatti contestati e implicitamente contenuti nel capo di incolpazione. (Nella specie mentre nella contestazione si faceva riferimento agli artt. 40 e 42 c.d.f., relativi all'obbligo di informazione e

restituzione di documenti, nel testo della decisione si richiamava, più esplicitamente, l'art. 47 c.d.f. relativo all'obbligo di informazione e restituzione di documenti nel caso di rinuncia al mandato). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 99) Procedimento disciplinare - Testimonianza del denunciante come unica prova. La versione dei fatti fornita dal denunziante può assumere valore di prova quando la stessa trovi riscontro in altri elementi obiettivi e documentali, mentre non può assumere tale valore nell'ipotesi in cui le semplici asserzioni della parte non siano corroborate da alcun dato probatorio o di fatto e, anzi, siano resistite dalla ragionevole versione fornita dall'incolpato. (Nella specie è stato assolto il professionista che era stato condannato per non aver svolto l'attività difensiva sebbene non fosse stata rinvenuta alcuna procura allo svolgimento di tale attività, e l'esigua somma da questi ricevuta in acconto fosse riferibile allo svolgimento di altri incarichi professionali). (Consiglio naz. forense, 2 giugno 2003, n. 145) Procedimento disciplinare - Rapporti con il giudicato penale. Sulla base dell'art. 653 c.p.p. come modificato dalla l. n. 97/2001, il principio secondo il quale la condanna penale divenuta definitiva o la sentenza di applicazione della pena hanno efficacia di giudicato nel giudizio per la responsabilità disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso non si applica, come disposto dalla Corte costituzionale con la decisione n. 394 del 25 luglio 2002, alla sentenza di patteggiamento, pronunciata anteriormente all'entrata in vigore della legge stessa, e pertanto tale sentenza non potrà avere efficacia di giudicato ai fini del procedimento disciplinare aperto per lo stesso fatto. (Consiglio naz. forense, 5 giugno 2003, n. 132) Procedimento disciplinare - Prescrizione. Per esplicito disposto della Corte Suprema di cassazione gli atti interruttivi della prescrizione verificatisi durante la prima fase amministrativa davanti al C.d.O. producono soltanto effetti istantanei e dal verificarsi degli stessi comincia a decorrere un nuovo termine quinquennale di prescrizione. Sono atti interruttivi ad effetti istantanei la notifica di apertura del procedimento disciplinare e tutti gli altri atti procedurali di natura propulsiva, probatoria o decisoria, nonché gli atti provenienti dallo stesso soggetto passivo. (Nella specie, peraltro, la prescrizione non è maturata anche in considerazione della riunione dei vari procedimenti di addebito e quindi della decorrenza del termine dall'ultimo degli stessi). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 108) Dovere di probità e correttezza - Sottrazione di documenti. I moventi, i fini e le circostanze di un'azione deontologicamente rilevante possono attenuare la responsabilità e giovare a ridurre la pena disciplinare, ma non possono produrre l'effetto di far venire meno l'infrazione accertata. Pone in essere un comportamento disciplinarmente rilevante l'avvocato che, non autorizzato, sottragga documenti da un fascicolo d'ufficio e rediga e utilizzi un documento falso, se pur in sostituzione di un presunto originale, di cui però egli non aveva la disponibilità. (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione della sospensione per mesi quattro). (Consiglio naz. forense, 12 giugno 2003, n. 137) Dovere di diligenza - Mancata assistenza alle udienze. Il mancato, ritardato o negligente compimento degli atti inerenti al mandato ricevuto è sanzionabile disciplinarmente soltanto quando la mancanza sia riferibile a una particolare trascuratezza non scusabile e rilevante, indipendentemente dal fatto che ne derivi un pregiudizio agli interessi della parte assistita. Pertanto, pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante e in violazione del dovere di diligenza l'avvocato che non si presenti all'udienza. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento nei confronti dell'avvocato che, non presentandosi in udienza, aveva determinato la decadenza dei mezzi istruttori, in danno alla parte assistita). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 119) Informazione e pubblicità.

Pone in essere un comportamento deontologicamente corretto l'avvocato che partecipi a una trasmissione televisiva in qualità di esperto legale; il divieto di pubblicità sancito dall'art. 17 c.d.f., non può, infatti, comprendere la libera partecipazione del professionista alla vita sociale e non include ogni attività che comporti una certa notorietà. (Nella specie è stato assolto il professionista che per la sua competenza professionale aveva partecipato alla trasmissione «affari di famiglia» che si occupava di problemi familiari legati alla separazione e al divorzio). (Consiglio naz. forense, 14 maggio 2003, n. 88) Espressioni offensive (verso i colleghi). Il professionista forense può esprimere il proprio pensiero manifestandolo con fermezza, tanto negli scritti quanto negli interventi orali, purché non usi frasi ingiuriose tali da intaccare la dignità e il decoro della controparte e del suo difensore; pertanto, pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che usi espressioni offensive nei confronti del collega. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento al professionista che in un documento inviato al C.d.O. usava le seguenti espressioni: «meraviglia che un avvocato scriva cose sciocche e offensive...», «non posso accettare da un giovane avvocato le basse insinuazioni...»). (Consiglio naz. forense, 14 maggio 2003, n. 95) Espressioni offensive (verso i magistrati). Pone in essere un comportamento deontologicamente corretto l'avvocato che si rivolga al magistrato con una frase non elegante ma inoffensiva. (Nella specie è stato assolto l'avvocato che, soddisfatto nel vedere accolta una sua istanza, si rivolgeva al giudice dichiarando «finalmente lei mi ha dato ragione in una causa. Lei che ha l'abitudine in sentenza di darmi sempre torto...»). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 105) Obbligo di colleganza - Astensione dalle udienze. Il professionista che abbia deciso di non aderire all'astensione dalle udienze, ex art. 39 c.d.f., deve comunicare in tempo congruo, agli altri difensori costituiti, la sua decisione di voler svolgere regolarmente la propria attività; tuttavia, si può ammettere che la comunicazione di non aderire all'astensione sia data in udienza, alla sola condizione che il difensore di controparte sia messo nella possibilità di svolgere, a sua volta, il proprio dovere professionale. Si ritiene, infatti, che, ove la trattazione della causa pregiudichi gli interessi della parte assistita, anche l'avvocato che aderisce all'astensione possa sviluppare le proprie difese senza incorrere nella violazione di cui all'art. 39, II, c.d.f. (Nella specie è stato assolto l'avvocato che in udienza aveva comunicato al difensore di controparte di non voler aderire all'astensione e di voler svolgere la propria attività). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 100) Obbligo di colleganza - Azione proposta nel corso di una trattativa. Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di colleganza e lealtà, l'avvocato che pur partecipando ad una trattativa per la risoluzione consensuale di una causa di separazione, abbia omesso di avvisare i colleghi di controparte, e abbia depositato il ricorso per la separazione giudiziale. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 115) Rapporti con la parte assistita - Trattenimento somme. Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo della dignità e decoro dell'intera classe forense, l'avvocato che condizioni la restituzione di fascicoli e documenti al pagamento della parcella, e indebitamente trattenga somme incassate per conto del cliente, a nulla rilevando la eventuale maturazione in suo favore di un compenso professionale, dovendo questo richiedersi nelle forme previste dalla legge, dalla deontologia o dalla consuetudine. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi due). (Consiglio naz. forense, 30 maggio 2003, n. 127) Rapporti con la parte assistita - Conflitto di interessi. Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di fedeltà e correttezza, il professionista che nel giudizio di separazione personale dei coniugi assuma la difesa di uno dei due, e nel giudizio di divorzio la difesa dell'altro. (Nella specie è stata confermata la sanzione della censura).

(Consiglio naz. forense, 12 giugno 2003, n. 139) Rapporti con la controparte - Molteplicità di azioni esecutive. È disciplinarmente rilevante il comportamento dell'avvocato che nei rapporti con la controparte ponga in essere molteplici azioni giudiziali (atti di precetto), per ottenere il pagamento di fatture relative al medesimo rapporto obbligatorio, a nulla rilevando, considerando la libertà del professionista di scegliere la strategia processuale da adottare, l'eventualità che la parte assistita abbia rilasciato procura per le predette azioni. (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione dell'avvertimento). (Consiglio naz. forense, 29 maggio 2003, n. 103) Collegio arbitrale - Rapporti con le parti. Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che, nominato in un collegio arbitrale, non collabori tempestivamente con i colleghi componenti del collegio, facendo scadere inutilmente il termine per l'arbitrato medesimo, e comunichi alla parte che lo aveva nominato arbitro, e al suo difensore, la corrispondenza scambiata con gli altri componenti del collegio arbitrale. (Nella specie considerando che l'avvocato è stato assolto da altri capi di incolpazione, la sanzione della sospensione per mesi due è stata sostituita con la più lieve sanzione della censura). (Consiglio naz. forense, 14 maggio 2003, n. 93)

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